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l'urlo dikiki bridges

l'urlo

Era l’urlo metal più fragoroso, poderoso e roboante che avessi mai sentito in vita mia. Quello sì che era fare musica, quello sì che era stare al passo coi tempi! O almeno era quello che avrei dovuto dire, credo.

Era la mia prima volta, il mio primo concerto di quel tipo, e con un certo imbarazzo avevo accettato distrattamente l’invito della mia collega. Una tipa strana, lei, a dire il vero. Non le avevo quasi mai parlato, al massimo rivolto qualche cenno di saluto, ma nulla di più.

La osservavo, questo sì. Il mio sguardo la scrutava attento e fugace. A scatti, quasi felino, spiavo lo scollo delle sue aderentissime camicette di cotone nero e come ipnotizzato seguivo distrattamente l’oscillare del suo respiro, mentre lei concentrata picchiettava sulla tastiera.

Ero certo che non si fosse mai accorta dei miei sguardi, anzi, ero convinto che il mio giochino sarebbe potuto proseguire all’infinito. Fissare il suo seno era diventato la mia occupazione principale.

D’improvviso la sua scrivania rimase vuota. Aveva dato le dimissioni a sorpresa e lasciato nell’indifferenza totale il resto dei colleghi. Ero l’unico a pormi domande e a chiedere di lei, tanto che per non suscitare la curiosità morbosa di colleghi ficcanaso mi ero rassegnato all’idea che non l’avrei più rivista. Al suo posto arrivò un tizio particolarmente brutto che i miei occhi proprio non riuscivano a soffrire. E io, senza di lei, soffrivo.

Un giorno stavo facendo la spesa al reparto macelleria, intento a scegliere la fettina di lonza più magra per la mia magra cena di single, quando il mio carrello urta accidentalmente il fondoschiena di una donna. Lei! Bizzarrie del fato, mi dice. Parla, incredibile!

Usciamo dal negozio con un bel pollo fritto già pronto per la cena e ci muoviamo verso casa sua, un appartamento pieno zeppo di dischi, libri e poster e dal mobilio minimalista. Un ambiente vagamente tetro e soffocante tanto che anche lei mi sembra diversa, rispetto all’immagine formale che mi ero abituato a spiare sul lavoro. Mi dice di fare in fretta che a due isolati da lì c’è un concerto imperdibile e vuole che ci andiamo assieme. Ingurgito frettolosamente il pollo con una furia famelica degna di una belva.

Una corsa lungo il viale come digestivo, ed eccomi al concerto. Non che di musica me ne intenda, anzi, a essere onesto non ci capisco nulla, tanto meno di musica metal, ma mi sento costretto dal mio istinto macho coglione a fare finta di saperne un sacco su questi Carcass che sbraitano sul palco e per cui lei impazzisce. Che ci troverà, penso, in tre metallari sfigati e cappelloni che cantano di corpi putrefatti e romanticherie da patologo? Mah. Nauseato la osservo e comincio a sentirmi totalmente fuori posto. Vorrei scappare a gambe levate, senza farmi notare da lei e dal resto della gente che, lo sento, mi squadra sospettosa e diffidente dalla testa ai piedi, fingendosi interessata al gruppo. Poi, finalmente, il concerto finisce e tiro un sospiro di sollievo perché tra me e me penso di potermi cordialmente liberare di questa baraonda. Invece, lei mi trascina ancora con sé, in un club buio e rumoroso dentro uno scantinato dove continua a parlarmi, mentre la musica mi impedisce di capire ciò che sta blaterando. D’improvviso rimpiango il periodo in cui lei non aveva un nome e, soprattutto, non parlava, ma era solamente un paio di tette da fissare al lavoro. Divento fastidioso e asociale. La tratto male e lei s’incazza, perché per qualche motivo oscuro ci tiene alla mia amicizia e un po’ perché le piaccio. Antipatico più che mai, a tratti insopportabile, insisto finché non usciamo da quel posto dark del cazzo.

La porto a casa mia, insofferente e deluso, mentre lei petulante continua a parlarmi. Brusco e senza troppi convenevoli la spintono fino in camera con una foga che non è da me e, cadendo, sbatte la testa contro lo spigolo del letto. Sanguina e stordita si lamenta. Trema e affiora palpabile la sua paura. Poi non parla più, né piange. Cerco imbranato più che mai delle garze per tamponare la ferita e mi ritrovo a canticchiare stralci di canzoni immagazzinati segretamente durante il concerto. La carne, il sangue, corpi sventrati, collage di cadaveri e parti di essi mi assiepano la mente e come annebbiato da questi strani pensieri vado da lei che inebetita mi fissa con terrore. Mi fa orrore, il modo in cui mi guarda insanguinata e rabbiosa. Corrispondo lo sguardo di sfida e mi sento diverso, percepisco il mio volto trasfigurarsi fino a rendermi spaventoso. Così, con una rapidità e un’agilità che non immaginavo mi appartenessero la lego al letto, stretta al punto che i suoi polsi sanguinano. Ancora tace, ma il suo respiro è affannoso e dolorante. Le mie mani, invece delle garze, impugnano un coltello per dolci. La lama riflette la nostra immagine, goffa e alterata dal dolore e dalla rabbia, mentre il lato seghettato della lama affonda nella carne come fosse morbido pan di Spagna.

Mi hanno fregato al supermercato, lo sapevo che questo coltello era l’ideale per tagliare la carne, morbida e magra. Affondo il coltello una, dieci, venti volte. Perdo il conto dei fendenti mentre con facilità e destrezza spengo lo sguardo supplichevole e malevolo di lei che mi fissa impotente e immobile. Sono a dieta, ecco il mio unico cruccio, ma il medico dice che una volta a settimana posso concedermi un regalo e gustarmi un succulento piatto di carne rossa, anche al sangue. Più al sangue di così, sorrido tra me e me, che ci sarà mai?

IO ODIO IL POLLO FRITTO, CAZZO! Le urlo addosso con la bocca ancora piena e sporca del suo sangue. Un urlo nuovo, vitale… un urlo quasi metal. Il più fragoroso, il più poderoso e roboante che avessi mai sentito in vita mia. Quella sì che era musica, quella sì che era una cena.

Kiki Bridges 2007