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capitolo 4 di neuende8270

Roman Sabaschkin - Radio Multikulti

«Vivevo a Berlino Ovest da ormai sette anni, ero fuggito dalla Baviera da ragazzo. Avevo pochi marchi in tasca e un basso tra le mani. Avrei fondato una band, sarei diventato famoso. La musica era il muro tra la vita e la morte, Berlino era il confine. Vagavo per i locali in cerca di un ingaggio. Bevevo. Suonavo. Dormivo. All'inizio tutto era meraviglioso, le mie note rincorrevano spirali di fumo attorno alle luci del palco e si tuffavano nei boccali di birra. Il pubblico berlinese fumava, beveva e spendeva, ed il mio basso scandiva il ritmo di quella vita. Potrei elencare tutti i bar e gli scantinanti della città, ma ormai non esistono più, palazzi di vetro hanno scacciato le birrerie buie. Gli anni passavano e la mia musica si spingeva sempre più vicino al confine tra la vita e la morte. Le mie note diventarono sempre più irrequiete, ribelli, bizzarre. Le band cominciarono a scaricarmi, gli ingaggi nei locali si fecero sempre più rari. Non capivo, ero cambiato io, era cambiata Berlino.

In un giorno indeterminato, verso la fine degli anni ottanta, mi ritrovai da solo a sorseggiare birra al tavolo di un locale dove avevo passato decine di notti a suonare. Su quello stesso palco un gruppo di ragazzini con i capelli lunghi produceva un rumore assordante, chitarre elettriche, qualcosa di incomprensibile: heavy metal. Abbandonai il locale e vagai per le strade, camminavo senza meta, nessuno mi avrebbe più pagato per suonare, avevo forse trent'anni e la storia mi aveva sorpassato. Ormai mi ero ridotto ad implorare per suonare; la settimana precedente, ero salito sul palco senza farmi pagare: avevo il bisogno fisico di suonare. Ma qualcosa si era inceppato, il mio basso si rifiutava di seguire il resto del gruppo, aveva imboccato una strada sua, una via di non ritorno.

Camminai lungo strade secondarie, la rutilante Berlino dei miei sogni l'avevo lasciata qualche metro più in là. Sprofondavo nelle vie poco illuminate dove il rumore dei miei passi scandiva il ritmo dei miei pensieri. Ero solo, ero rimasto solo. Palazzi di pietra scura, automobili parcheggiate ai lati, rare finestre illuminate da una luce giallastra. Quelle luci gialle erano il segno che qualcuno era ancora vivo in questa città, nottambuli che si preparavano al sonno o mattinieri che si svegliavano per andare a lavorare. Persa la nozione del tempo, freddo. Un fascio di luce mi colpì per un breve istante, seguii con lo sguardo il raggio di luce bianca correre sull'asfalto e poi lanciarsi verso l'orizzonte bruno. Un riflettore. Dove mi trovavo? Io non lo sapevo ma qualcuno di certo. Filo spinato, uomini in divisa: il muro. In tutti gli anni trascorsi in questa città non avevo mai pensato a quel confine, a quel muro. Non mi ero mai interessato alla politica, suonavo e basta. In quella notte mi ritrovavo per una strada ignota, con un'unica certezza: ero a Berlino Ovest.

Certo, avevo visto quel muro migliaia di volte, sapevo che di là c'erano delle carogne, sapevo le cose che si dicevano. Ma sapere non significa capire, sapere non significa conoscere. Per me il muro esisteva e basta, dall'altra parte, mi avevano detto: non ti lascerebbero libero di suonare come a Ovest. Sono a Ovest, e non sto suonando. Poi di nuovo il fascio di luce, questa volta mi sembrò che si soffermasse su di me per qualche istante in più, meglio andarsene. L'alba mi guidò verso casa.

Il mio appartamento era un monolocale riscaldato a carbone, dai muri umidi che puzzavano di minestrone, un palazzo per pezzenti, quell'anno non potevo permettermi nemmeno quello, a fine mese non sapevo come avrei pagato. Seduto sul letto rimasi a guardare il sole che alzava la testa al di là del muro, anche dall'unica finestra di casa potevo vederlo: il muro, la mia nuova ossessione. Ero esausto per poter dormire.

Quando mi risvegliai qualcuno stava bussando alla porta, le mie scarpe lacere erano ancora saldamente allacciate ai miei piedi. Ma Roman Sabaschkin non c'era più per nessuno, quella notte Roman Sabaschkin era morto, scomparso, dimenticato anche da se stesso. Avrei chiuso il basso nella custodia e lo avrei impegnato, non mi serviva più, dopo di che sarei partito.

L'ignoto visitatore smise di bussare, ed il palazzo prese a risuonare dei rumori abituali, madri che chiamano i figli, elettrodomestici, scrosci d'acqua, il traffico sulla strada, coppie che litigano, bambini che giocano. Ormai era tutto deciso, sarei partito quel giorno stesso, non sapevo dove andare, sarei andato lo stesso. Con i soldi del basso avrei potuto acquistare un biglietto del treno per Monaco, tuttavia non potevo tornare in Baviera, quando cominci un viaggio devi arrivare ad una meta, qualsiasi essa sia, forse era lo stesso errore che avevo fatto con la musica, mi ero spinto troppo in là, avevo smarrito la via. Il muro era ancora là, come sempre. E se tutto quello che avevo sentito dire fosse stato falso? Non mi lasciavano suonare a Ovest, eppure mi avevano garantito che vivevo nel mondo dei buoni, ero libero di fare quello che volevo, suonare quello che volevo. Tutto questo era falso, era un'illusione. Guardavo il muro e le mie mani correvano sul basso, avrei dovuto sigillarlo nella custodia, invece non riuscivo a staccare le dita delle corde. Le mie mani erano libere, non le controllavo, gli occhi fissi verso il confine tra il bene il male, e quella musica che non riuscivo a fermare. Avevo lasciato Monaco per Berlino, era venuto il momento di lasciare Berlino per Berlino. Dall'altra parte ci dovevano pur essere degli uomini, dove ci sono uomini ci sono musicisti. Le note si lanciavano di là del filo spinato. Roman Sabaschkin era morto, Roman Sabaschkin avrebbe saltato il muro, avrebbe cercato il punto in cui nasce il sole.

Avevo frequentato tutti i locali di Berlino, avevo sentito un'infinità di storie sul muro, sulla gente che scappava da est a ovest, di quelli che venivano freddati dai cecchini, storie di contrabbandieri e spie. Avevo ascoltato quei racconti con piacere, tra una pausa e l'altra di un'esibizione, erano solo storie, cose successe ad altri, inoltre sapevo che la gente tende ad ingigantire gli eventi, ad aggiungere particolari, argomenti per accompagnare un buon boccale di birra. Tuttavia non ero così ingenuo da non accorgermi dei personaggi oscuri, quelli che ti fanno domande, quelli che spuntano nei momenti più impensati. Avevo forse sette o otto anni la prima volta che vidi Berlino, ironia della sorte si trattava proprio di Berlino est. Ricordavo perfettamente papà nervoso al volante della Volkswagen, mamma che diceva a me e mio fratello di non fare rumore, di stare composti sul sedile posteriore. Avevamo passato ore a farci scrutare da uomini minacciosi, armati e curiosi. Mamma e papà aspettavano seduti in silenzio, gli occhi puntati verso il parabrezza, mentre gli uomini in divisa scrutavano noi e i documenti. Era la prima volta che vedevo della armi vere, io e mio fratello stavamo con il naso appiccicato al vetro del finestrino posteriore a guardare quegli uomini da film. Herman, mio fratello, aveva perfino sconfinato nella mia metà del sedile posteriore per guardare più da vicino pistole e mitragliatori, ero stato costretto a ricacciarlo nel suo angolo con un pugno allo stomaco. Quando Herman si mise a strillare la mamma intimò il silenzio con un sibilò, papà abbaiò ordini: dovevamo stare immobili, zitti. L'auto si mosse per qualche metro, la scena si ripeteva con altri soldati, anche loro armati, gli stessi ceffi indagatori. Questa volta ero stato io a sconfinare nello spazio di Herman. Quando i soldati ci lasciarono andare con un cenno papà si asciugò la fronte con la mano. Finalmente arrivammo a casa di una vecchietta, si chiamava Sabaschkin anche lei, era la mamma di papà: la nonna. Anche a casa della nonna c'era la stessa puzza di zuppa di cavoli.

Non potevo, non volevo, tornare a Monaco. A Berlino Est c'era ancora la nonna, decisi che sarei andato a trovare la vecchia, forse era già morta, forse non si ricordava nemmeno di me. L'ultima volta che l'avevo vista avevo sette, forse otto anni, da allora non ne avevo avuto più notizie. Passare ad Est, per me, sarebbe stato piuttosto facile, mi sarebbe stato sufficiente chiedere un visto e la porta di Brandeburgo si sarebbe spalancata al mio passare. Ma nelle leggende metropolitane che circolavano allora si diceva che chi passava da ovest ad est era una spia, non so bene di quale dei due blocchi, una spia e basta; sarei stato tormentato dagli uomini della Stasi ad ogni passo. Perciò scartai l'idea di chidere un normale visto. Inoltre avevo condannato a morte Roman Sabaschkin, quindi dovevo dissolvermi e rinascere. Avevo deciso. Nella notte avrei saltato il muro, probabilmente un cecchino mi avrebbe freddato alla luce di un riflettore, ma ormai Roman era morto comunque. Per qualche nottata avevo vagato per i soliti locali, avevo cercato tra gli ubriachi, quelli veri e quelli finti, le spie, qualcuno che potesse darmi una mano indirettamente. Non ci volle molto, in paio di sere riuscì a sapere che verso nord il muro era meno sorvegliato, le autorità dei due blocchi tolleravano un “certo movimento”, uomini e merci. Sapevo che si trattava di leggende, se vivevi a Berlino in quegli anni eri pronto ad ascoltare assurdità di ogni tipo riferite al muro, ma come ho già detto nel mio caso era poco importante. Una volta raccolte le informazioni che mi sembrarono necessarie, passai l'intera giornata a mettere insieme le mie cose, non avevo molto da portare via, tuttavia, prima di chiudere per sempre la porta del monolocale fatiscente di Kreutzberg, portai via una cosa sola: il basso. Lasciai le valige fatte sul letto. Dovevo saltare oltre il muro per la musica, non per il guardaroba.

Il primo di Ottobre 1989 a mezza notte uscii di casa con le gambe tremanti, ero fiducioso nel mio piano, e poi l'anno millenovecentoottantanove era un buon numero per cambiare vita. Il numero dell'anno conteneva ben due numeri nove, amo ed amavo il numero nove, in qualche modo rappresentava la mia nuova frontiera musicale: nove note, non sette, non dodici, solo nove. Il punto che mi avevano indicato era avvolto in buio impenetrabile, vorrei dire denso di oscurità, i fasci di luce dei riflettori sfioravano la zona, ma effettivamente lasciavano qualche metro nell'ombra, c'era il filo spinato, tuttavia non era abbondante come lungo il resto del tracciato. Una brezza fredda, siberiana, mi congelava il volto e scuoteva il filo spinato arrugginito, sembra che si lamentasse nella notte. Mi guardai attorno: non c'era nessuno. Eppure mi avevano garantito che in quel punto l'attività umana era intensa. Guardavo il muro e restavo immobile, dovevo saltare, eppure la voglia di tornare nell'appartamento puzzolente mi stava prendendo alla gola. Portai alle labbra la fiaschetta di whisky, trangugiai il contenuto in un solo fiato. Il calore dell'alcol pervase il mio corpo tremante nel freddo, il cuore martellava nel petto: era il momento di saltare. Due fasci di luce si incrociarono a pochi metri da me senza toccarmi, nessuno mi vide. Un rumore lontano di automobili, voci in lontananza dall'altra parte del muro. Un colpo di arma da fuoco. Paura. Dovevo saltare. Ancora silenzio, nuovamente oscurità. Mi lanciai verso il cemento armato. Puntando il piede destro sul muro e mi slanciai verso l'alto. Sbattendo con tutto il mio peso contro la parete, riuscii ad aggrapparmi a qualcosa, forse una pietra sporgente, forse un buco. Mi mancò il fiato. Il basso mi pesava sulle spalle. Cercai di issarmi con le braccia, sbarazzandomi dello strumento tutto sarebbe stato più facile, ma stavo scappando proprio per salvare lui non me. Il sudore mi scorreva sulla pelle e si congelava nel vento. Sentii voci che si avvicinavano, tremavo per il terrore, e non sapevo spiegarmi come mi ritrovavo ansimante in cima al muro intrappolato nel filo spinato. I fasci di luce dei riflettori mi sfiorarono ancora, avrei voluto piangere per paura dei cecchini, col terrore di morire. Credo di aver urlato per il dolore e la paura. Cominciai a sbattere mani e piedi alla cieca, mi dovevo liberare. All'improvviso precipitai, trascinandomi dietro pezzi di muro e stelle filanti di filo spinato. Mi schiantai al suolo ed il basso si schiantò sopra di me. Silenzio. Ero ferito, tramortito, ero vivo, ero dall'altra parte del mondo. Mi districai lentamente dal filo, i calcinacci e lo strumento. Non avevo nulla di rotto, molti graffi, qualcuno anche profondo: il basso era a posto. Ero in uno stato come di trance, camminavo verso la città seguendo le fioche luci all'orizzonte».